Il primo lockdown – Marzo 2020


Marzo 2020: paura e silenzio.

Mentre, come in tutte le primavere, la natura risvegliava la sua luce e i suoi colori, noi, spaventati e confusi, siamo stati costretti all’isolamento e a tornare ad abitare le nostre case e i nostri corpi.

Marzo 2020: ascolto e lentezza.

Gradatamente, la paura si è fatta più lieve, più sopportabile ed è rimasto il silenzio. Un silenzio surreale, interrotto solo dal suono delle ambulanze al quale ci siamo abituati in fretta, forse.

La verità è che ci si abitua a tutto… e, prima del Covid 19, ci eravamo abituati alla frenesia come alla dimensione normale delle nostre giornate.

Quello che viene comunemente ricordato come il primo lockdown è stato per me un’esperienza di riscoperta della dimensione lenta e silenziosa della vita. Forse, ci vorrebbe tutti gli anni un tempo di lockdown: ogni tanto dovremmo fermarci e ricordarci che i nostri corpi e i nostri desideri profondi hanno tempi molto più lunghi delle macchine. E solo in questi tempi siamo veramente umani perché solo attraverso il silenzio e di quiete possiamo trovare quella cifra di inutilità che rende umana la vita.

Sono state settimane di apparente immobilità, di ore che si ripetevano sempre uguali, esclusivamente all’interno del perimetro di casa. Invece, sono state ore di fervida immaginazione, di letture, studio, di pittura in famiglia, con mia moglie e mia figlia che hanno dato il loro prezioso contributo alle mie idee e alle mie ricerche.

Appartengono a questo tempo di distanziamento e restrizioni, dipinti come “Umanità”, frutto di riflessioni e intuizioni sulla natura umana. L’essenzialità delle figure e dei paesaggi rivela l’insegnamento più importante che ho ricevuto dalla sofferenza della pandemia: bisogna tornare ad essere semplici, come una spiga di grano, come i colori al tramonto. Forse, è in questa semplicità che si trovano il senso e, chissà, la felicità.





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